Il 26 agosto 2022, presso la sede dell’ente di animazione giovanile della città di Wil, si sono riuniti 20 moderatori e moderatrici. La giornata è stata dedicata al confronto e alla riflessione sul razzismo e sui caffè narrativi con i giovani. Una retrospettiva di Rhea Braunwalder.

Foto: messa a disposizione
Testo: Rhea Braunwalder

Come si è arrivati alla scelta del luogo?

Circa un anno fa, a Wil (SG) si è costituito un gruppo molto attivo di moderatori e moderatrici che ha preso forma su iniziativa dell’Ufficio integrazione della città. Nell’ambito della Settimana contro il razzismo (marzo 2022), a Wil si sono tenuti svariati caffè narrativi sul tema dell’“appartenere”, in occasione dei quali si sono ascoltate e raccontate storie sul senso di appartenenza – non solo a un Paese, ma anche a gruppi di amici, ad associazioni o a famiglie. Avendo percepito grande energia e motivazione da parte di moderatori e moderatrici, ho deciso che quest’anno l’intervisione si sarebbe dovuta svolgere qui. Ho chiesto dunque a Jara Halef dell’animazione giovanile di Wil se poteva metterci a disposizione una sala.

Come si è svolta la giornata?

Abbiamo iniziato al mattino con un intervento sul palco delle nostre ospiti Jara Halef (educatrice della città di Wil) e Katarina Stigwall (responsabile e consulente dell’Ufficio di consulenza contro il razzismo e la discriminazione dell’HEKS). Le due relatrici hanno illustrato alcuni aspetti del loro lavoro, convenendo che, a prescindere dal contesto, raccontare il razzismo risulti abbastanza difficile. “Ci vuole parecchio tempo prima che le persone trovino il coraggio di venire all’ufficio di consulenza”, spiega Katarina Stigwall. E aggiunge che, al contrario, il caffè narrativo viene percepito come uno spazio protetto. Nel caffè narrativo di Jara Halef alcuni giovani hanno raccontato le loro esperienze di non appartenenza.

Dopo la discussione plenaria siamo usciti insieme a pranzo, così abbiamo avuto molto tempo per i colloqui individuali. I moderatori e le moderatrici hanno parlato tra di loro dei prossimi caffè narrativi, raccolto spunti su temi e questioni e condiviso le proprie storie di vita.

Al pomeriggio, ci siamo focalizzati sui singoli casi in piccoli gruppi utilizzando il metodo dell’intervisione. Abbiamo analizzato in modo approfondito domande come “Cosa fare quando le persone traggono conclusioni negative dalle loro esperienze?” e “Come interagiamo con gli operatori e le operatrici dei media e i loro resoconti sui nostri caffè narrativi?”.

Cosa ho imparato?

Ho capito che l’interesse di moderatori e moderatrici verso il tema del rapporto tra giovani e razzismo è forte. E che una buona moderazione non dipende soltanto da abilità intrinseche: più ci sensibilizziamo sui temi della diversità e più riusciamo a immedesimarci nei sentimenti e nelle realtà di chi racconta, più empatia riusciremo a dimostrare nel condurre la moderazione. Auspico quindi che nella Rete venga trattata la diversità in riferimento alla sfera del genere, della sessualità, della provenienza e delle capacità psicofisiche.

 

Le protagoniste in breve

Katarina Stigwall è responsabile dell’Ufficio di consulenza contro il razzismo e la discriminazione dell’HEKS e ha creato un mazzo di carte che inducono a riflettere sul razzismo nella vita quotidiana. Sul fronte ci sono frasi che di primo acchito sembrano del tutto neutrali, mentre sul retro le stesse frasi vengono contestualizzate storicamente e socialmente e assumono quindi un significato più ampio. Queste carte possono servire da punto di partenza per le discussioni nei workshop. Per maggiori informazioni si prega di rivolgersi all’ufficio di consulenza.


Jara Halef lavora come educatrice presso la città di Wil. Ama interfacciarsi con i giovani in modo spontaneo e rilassato, senza aspettative o ansie da prestazione.

L’idea di questo progetto è nata da Lorenza Campana, volontaria di due progetti del Percento culturale Migros – Caffè narrativi e TaM Tandem al museo. L’idea di Lorenza è stata di integrare i due progetti per realizzare un pomeriggio inclusivo. In quel periodo la Fondazione Lindenberg ospitava un’esposizione di sculture dell’artista ticinese Veronica Branca Masa, dal titolo “Frammento infinito”.

 

Articolo: Valentina Pallucca Forte e Lorenza Campana

 

  • COME AVETE ORGANIZZATO IL CAFFÈ NARRATIVO?

L’idea di Lorenza è stata la seguente: un pomeriggio durante il quale persone non vedenti/ipovedenti e persone vedenti potessero provare le stesse sensazioni attraverso un’esperienza di visita tattile al museo. Abbiamo avuto il privilegio di poter toccare le sculture e di avere con noi la presenza della scultrice, che ha apportato un contributo importante al pomeriggio fornendoci aneddoti e curiosità sulle sue opere. Per consentire a tutti i partecipanti di vivere la medesima esperienza, alle persone vedenti sono state fornite delle mascherine oscuranti da posizionare sugli occhi. Questa  esperienza tattile sarebbe stata accompagnata da un Caffè narrativo sul tema del contatto.

L’organizzazione dell’evento ha richiesto il lavoro congiunto di diversi attori – Caffè narrativi, TaM, centro diurno Casa Andreina, fondazione Lindenberg – Ne è risultato un pomeriggio spensierato ed arricchente per tutti, un’esperienza da ripetere in futuro.

  • QUALE TEMA AVETE SCELTO?

Il Caffè narrativo ha seguito la visita tattile all’esposizione di sculture. Il tema che abbiamo scelto è stato proprio “Con-tatto”, con un gioco di parole relativo al contatto con una superficie, ma anche “con il tatto”, dunque utilizzando il senso del tatto ma anche il muoversi ‘con tatto’ nel rispetto di tutti. L’idea era far sì che i partecipanti condividessero i propri racconti in relazione al contatto. Come è cambiato negli anni, e ancora in periodo di Covid? Quali strategie abbiamo messo in atto per mantenere comunque i contatti in tempo di pandemia? Qual è un contatto particolarmente significativo e che ha avuto un impatto nella nostra vita? Dato che la fase del Caffè narrativo si è svolta successivamente alla visita al museo, in effetti si è poi creata una situazione in cui i partecipanti hanno piuttosto condiviso le loro sensazioni ed emozioni in relazione alla visita appena vissuta. Con Lorenza abbiamo ritenuto giusto concedere il giusto spazio alla volontà di esternare questo tipo di racconti, anche perché – come ci è stato detto dai partecipanti – non capita spesso di poter vivere un’esperienza di questo tipo in un museo.

  • CHI SONO STATI I PARTECIPANTI?

Il nostro obiettivo era coinvolgere gli utenti del centro diurno casa Andreina – Unitas, vale a dire persone non vedenti o ipovedenti e persone vedenti, insieme. Possiamo dire di averlo raggiunto, infatti hanno partecipato 6 persone non vedenti/ipovedenti, e 6 persone vedenti.

  • QUALI BARRIERE SONO STATE PRESE IN CONSIDERAZIONE? QUALI ERANO LE SFIDE E COME SONO STATE AFFRONTATE?

Con Lorenza Campana abbiamo svolto un sopralluogo alla Fondazione Lindenberg per capire dove disporre le sedie per il Caffè narrativo. Abbiamo scelto un angolo in pianura, privo di scale, con le sedie già disposte a cerchio e pronte per accogliere i partecipanti.

  • C’è UN MOMENTO CHE RICORDATE CON PARTICOLARE PIACERE?

Durante il Caffè narrativo un partecipante non vedente dalla nascita ha raccontato in che modo percepisce i colori: ogni colore è associato ad una melodia (rosso – melodie allegre e movimentate, blu – melodie calme, e così via). È stato un momento particolare e interessante perché alcuni dei partecipanti vedenti non avevamo mai pensato a questo aspetto della vita di una persona non vedente.

  • QUAL È IL BILANCIO DI QUESTA ESPERIENZA?

Il bilancio è senza dubbio positivo. Il Caffè narrativo è stato leggermente diverso rispetto al modo in cui lo avevamo pianificato, rivelandosi comunque un ottimo strumento di coesione sociale e di condivisione. Abbiamo capito che una certa flessibilità è importante e che a volte è necessario cambiare in corsa il progetto iniziale. Sarà utile fare tesoro di questa esperienza: la prossima volta svolgeremo prima la fase del Caffè narrativo e solo dopo la visita al museo, in modo che questa non diventi eccessivamente predominante durante la  fase della narrazione.

L’integrazione con altri progetti di tipo sociale è certamente da ripetere.

  • COSA PENSATE DEL METODO DEL CAFFÈ NARRATIVO?

I Caffè narrativi sono un’ottima occasione per condividere pensieri e vissuti con persone che potrebbero essere inizialmente anche sconosciute tra loro.

L’intento è quello di creare coesione sociale, integrazione e comprensione reciproca, di far sentire tutti a proprio agio in modo che si possa percepire sia il calore umano degli altri partecipanti, ma anche come le vite – in fondo – abbiano spesso un punto d’incontro e degli intrecci in comune anche quando le particolarità di ognuno possano far pensare diversamente in un primo momento.

Caffè narrativo: il programma di promozione

Il Caffè narrativo “Con-tatto” ha ottenuto un incentivo di sostegno. Per maggiori informazioni su come candidare la vostra proposta, sul sito troverete tutte le info – Programma di promozione 2022.

Di un caffè narrativo si può dire che sia stato intenso, emozionante, toccante, leggero, allegro o triste. Ma si può affermare che sia stato un successo o, al contrario, un fallimento? Nel secondo caso, non si tratterebbe forse di mettere in dubbio la qualità dei racconti condivisi? Ma i racconti non si giudicano e non si valutano: non sono né buoni né cattivi, né giusti né sbagliati. Sono semplicemente racconti. No, le ragioni per le quali un caffè narrativo possa essere un’occasione “mancata” vanno ricercate altrove: nella preparazione, nella conoscenza preliminare, nell’accoglienza del pubblico e nel contesto.

 

Testo: Anne-Marie Nicole

A inizio dicembre 2021, il Museo Ariana di Ginevra ha organizzato un weekend di festa e partecipazione denominato “L’art pour tous, tous pour l’art” (“L’arte per tutti, tutti per l’arte”) e dedicato all’inclusione e alla diversità del pubblico, con una programmazione culturale che puntava a considerare le attività da una pluralità di prospettive. Nell’ambito di questo evento sono stati proposti due caffè narrativi. In passato presso il museo erano già stati organizzati altri caffè narrativi su iniziativa della mediatrice culturale Sabine. In occasione di questi incontri, il Museo Ariana ha voluto mettere a disposizione del pubblico i propri spazi per fargli sperimentare i benefici della conversazione empatica.

È stato scelto il tema “Piaceri e dispiaceri”, con l’intento di consentire alle persone partecipanti di parlare dei piccoli piaceri che sono il sale della vita e che, come la madeleine di Proust, rievocano gli odori e le emozioni dell’infanzia. E dato che l’obiettivo di questo weekend era stimolare le facoltà sensoriali dei diversi destinatari dell’iniziativa, il tema doveva anche spingere a parlare di ricordi ed esperienze sensoriali: il piacere e il dispiacere dei sensi, il gusto e il disgusto, i buoni e i cattivi odori, la vista e l’udito, che possono regalare grandi gioie ma che purtroppo mancano a determinate persone…

Il sabato, al termine del primo caffè narrativo, che ha visto la partecipazione di una dozzina di persone con e senza disabilità, noi animatrici e mediatrici eravamo insoddisfatte: ci sentivamo come se l’incontro fosse stato sconclusionato, incompiuto. Avevamo in testa ancora le tante emozioni dei caffè narrativi precedenti, durante i quali gli interventi si susseguivano in modo naturale e le storie degli uni facevano eco a quelle degli altri. Ma questa volta, nonostante l’arricchimento fornito da alcune testimonianze e la traduzione nella lingua dei segni che ha reso più dinamico il confronto, eravamo deluse. Cosa non aveva funzionato?

Abbiamo individuato delle ragioni riconducibili in parte alle condizioni esterne e in parte alla preparazione del caffè narrativo.

  • Il contesto. Le condizioni di accoglienza erano ancora influenzate dalle misure di protezione sanitaria contro la pandemia. Di conseguenza, l’ampia sala era stata abbondantemente arieggiata e la temperatura relativamente fresca spingeva a tenere addosso i cappotti. Le sedie, molto distanziate tra loro, formavano un grande cerchio che privava il gruppo di una certa intimità. L’obbligo di indossare la mascherina rendeva a volte poco comprensibili gli interventi. I rumori provenienti dagli altri ambienti del museo distraevano e disturbavano l’ascolto; lo stesso vale per l’andirivieni in sala dovuto ad alcune persone arrivate in ritardo, che tra l’altro non avevano potuto ascoltare le indicazioni iniziali sullo svolgimento del caffè narrativo. Infine, sempre per motivi legati alle misure sanitarie, abbiamo dovuto rinunciare alla parte del “caffè” informale – un momento fondamentale per allacciare dei legami.
  • La preparazione. A posteriori, devo ammettere che ho perso di vista la cornice in cui si svolgevano questi due caffè narrativi. Invece di valorizzare le esperienze sensoriali che le persone partecipanti avevano appena vissuto durante la giornata al museo e di collegare tutto questo a ricordi ed eventi del passato, ho trattato in modo troppo diffuso il tema “Piaceri e dispiaceri”. Questo spiega sicuramente la natura sconclusionata e talvolta incoerente dell’incontro, e probabilmente anche la frustrazione di quelle persone che non hanno potuto esprimersi sulle scoperte e le sensazioni della giornata.
  • Il gruppo. A tutto questo si aggiunge la questione della diversità del pubblico, costituito da persone con disabilità fisica o psichica, da loro familiari e accompagnatori/trici. Con il senno di poi, penso che io e le altre avremmo dovuto lavorare di più sulla dimensione inclusiva della formula del caffè narrativo, ad esempio affidando l’animazione a una persona disabile.

Per il secondo appuntamento abbiamo fatto qualche adeguamento, soprattutto di ordine logistico: ad esempio, abbiamo chiuso la porta della sala all’orario stabilito per l’inizio dell’incontro. Le considerazioni sulla preparazione dell’argomento e sull’accoglienza dei diversi tipi di pubblico sono arrivate successivamente, dopo un momento di confronto tra animatrici e mediatrici e di riflessione personale, come indica del resto la Guida pratica per l’organizzazione dei caffè narrativi.

Questa esperienza mi ha insegnato che ogni caffè narrativo è unico – con il suo ritmo, la sua dinamica e la sua atmosfera. In particolare, mi ha fatto capire quanto sia importante scegliere un luogo accogliente, conviviale e rassicurante, ma anche prepararsi adeguatamente: è essenziale prendersi tempo per riflettere sul tema scelto, innanzitutto in funzione di sé, ma anche del pubblico atteso. Così da poter poi far fluire al meglio la conversazione.

Marianne Wintzer è la fondatrice dei cosiddetti Geschichtenwerkstätte (laboratori delle storie) nonché mediatrice, coach e moderatrice di caffè narrativi. È convinta che non ci sia luogo migliore dei caffè narrativi per allenarsi a comunicare in modo non violento.

 

Marianne, la violenza nella comunicazione è aumentata?

Marianne Wintzer: I conflitti fanno parte della vita quotidiana. Era così in passato, è così oggi e lo sarà anche in futuro. Ma il cosiddetto “hate speech” o la “cancel culture” sono purtroppo fenomeni che caratterizzano il nostro tempo. Mi rattrista vedere quante persone non siano più capaci di ascoltarsi reciprocamente. Non è necessario avere sempre una risposta a tutto o convincere qualcuno della propria opinione. A mio avviso il caffè narrativo è un’ottima palestra per sviluppare più comprensione e tolleranza.

Come si “allenano” le persone che partecipano a un caffè narrativo?

Il caffè narrativo è uno spazio di fiducia in cui si promuovono la stima, la comprensione reciproca e il rispetto. Ascoltare, mettersi nei panni degli altri e ricordare le proprie storie è un intenso lavoro emotivo su sé stessi. Può accadere che improvvisamente riafforino esperienze dimenticate che chiedono di prendere forma attraverso le parole. E possono anche acquisire nuovi significati (“Non avevo mai considerato la cosa sotto questo aspetto”).

Dal caffè narrativo le persone escono cambiate?

Il caffè narrativo aiuta le persone a mettere in discussione e migliorare i propri schemi di pensiero e di comunicazione nel dialogo con gli altri. Il procedimento è semplice: “Racconta, io ti ascolto e capisco le tue motivazioni. Poi sarò io a raccontare e tu mi ascolterai. Non dobbiamo essere d’accordo, ma dobbiamo lasciarci parlare a vicenda e cercare di capire.” Al termine, nella parte informale, sento spesso pronunciare la frase: “Non avevo mai considerato la cosa sotto questo aspetto”. Non solo in riferimento agli altri, ma anche a sé stessi!

Sembrerebbe anche un metodo per gestire i conflitti.

Sì, un colloquio positivo ha sempre un effetto pacificatore. Il caffè narrativo ha degli aspetti in comune con la mediazione. In una mediazione le parti in conflitto siedono una di fronte all’altra. Nella composizione di un conflitto la moderazione assicura che non vi siano discussioni, ma solo domande. Le parti devono ascoltarsi e cambiare prospettiva. Solo così possono ammorbidire le proprie posizioni, trovare una soluzione di comune accordo e contribuire a metterla in pratica.

Intervista: Anina Torrado Lara

Sulla persona

Marianne Wintzer proviene da Soletta e modera regolarmente caffè narrativi. È affascinata dalle storie di vita ed è convinta che non sia mai troppo tardi per vivere bene. Nel suo ruolo di coach, nei “Geschichtenwerkstätte” (laboratori delle storie), aiuta le persone che desiderano imprimere una nuova direzione alla propria vita. Marianne Wintzer ama anche raccontare le proprie storie legate ai suoni della natura suonando il corno alpino e il büchel.

Il 20 marzo è la Giornata mondiale del racconto (anche nota come World Storytelling Day) dedicata al tema «Lost and Found». Con questo giornata si intende celebrare l’arte del racconto orale. E, ovvio, anche la Rete Caffè narrativi vuole sfruttarla per scambiarsi le storie! Per il 20 marzo 2022 sono già previsti diversi caffè narrativi:

In quella data vorresti fare anche da moderatore/trice a un caffè narrativo? Segnati subito il tuo evento!

Katharina Woog lavora come consulente presso l’ufficio di consulenza psicologica dell’Università di San Gallo (PBS). Ogni giorno bussano alla sua porta studenti e studentesse, dottorandi e dottorande e membri del personale. Che sia per ansia da esame, stress o mobbing, ognuna di queste persone ha bisogno di assistenza. Per Woog, il caffè narrativo è stata l’occasione per incentivare la discussione sul rapporto che ogni individuo ha con la propria produttività.

Testo: Anina Torrado Lara
Foto: su gentile concessione

La psicologa Katharina Woog sa bene che la salute è un concetto olistico e che corpo e psiche meritano di essere curati in egual modo. La sua attività prevede tra l’altro una stretta collaborazione con il centro sportivo universitario (Unisport), che con la sua ampia offerta cerca di controbilanciare l’impegno mentale dello studio e del lavoro.

Nell’ottobre del 2021, in occasione delle Giornate della salute 2021 dell’Università di San Gallo, il PBS e Unisport hanno presentato nuove discipline sportive, tecniche di rilassamento e metodi di prevenzione della salute. Oltre alle tecniche di meditazione o a un’alimentazione sana, c’è stata occasione di provare un massaggio Thai Yoga tradizionale o un bagno nel ghiaccio.

L’obiettivo delle Giornate della salute 2021 dell’Università di San Gallo era ripensare il concetto di produttività (“Rethinking performance”). Per Woog, la cosa importante non è tanto essere più efficienti e veloci, quanto prendersi cura di sé, senza strafare. “Per usare una metafora, la vita professionale non è uno sprint, ma una corsa di fondo. Se partiamo troppo velocemente, arrivati a metà percorso non avremo più fiato.”

Il caffè narrativo come esperienza inedita

Katharina Woog ha cercato anche dei metodi per stimolare il dialogo e la riflessione sulla propria salute. Quando si è imbattuta per la prima volta nel caffè narrativo ha sentito subito di volerlo provare con il personale e il corpo studentesco. Ha trovato un locale adatto, ha scritto alle persone interessate e ha dato incarico a Rhea Braunwalder della Rete caffè narrativi Svizzera di moderare l’evento. Racconta la moderatrice: “Il caffè narrativo è stato convincente. Però ci è voluto del tempo prima che si instaurasse la fiducia necessaria per far sì che persone che non si conoscevano parlassero apertamente. Il fatto di riuscire ad aprirsi e superare le proprie remore ha contributo a rendere speciale l’incontro.”

Alternativa all’ottimizzazione personale

“La nostra società ci induce a migliorarci sempre e ad aumentare costantemente la nostra produttività. Questo continuo alzare l’asticella può far insorgere stanchezza sia mentale che fisica, ostacolando così una produttività sana e sostenibile”, spiega Katharina Woog. Secondo la psicologa il confronto in occasione del caffè narrativo ha incentivato le persone che vi hanno preso parte a rivedere il loro personale concetto di produttività, in un’ottica di ricerca di un equilibrio tra lavoro, studio e tempo libero.

Sulla persona

Katharina Woog lavora come consulente psicologica presso l’ufficio di consulenza psicologica dell’Università di San Gallo (PBS). Dopo aver studiato psicologia e scienze sociali a Giessen, si è specializzata in terapia sistemica. Aiuta le persone a trovare la propria strada professionale e offre sostegno in situazioni di particolare pressione nella vita privata o lavorativa.

 

Intervista radiofonica RETE UNO “Millevoci

Il 23 novembre 2021 siamo stati invitati a presentare il progetto dei Caffè narrativi all’interno della trasmissione radiofonica Millevoci su Rete Uno. È possibile ascoltare il podcast qui.

 

Articolo su “LA RIVISTA DI LUGANO”, 7 gennaio 2022

Sono stata intervistata da Michaela Lupi per la Rivista di Lugano. La Signora Lupi ha scritto un bell’articolo di approfondimento sui Caffè narrativi, mettendone in luce il significato e il valore. Inoltre, lei stessa ha provato l’esperienza di un Caffè narrativo alcuni giorni prima dell’intervista.

 

Idéesport

Sabato 4 e domenica 5 dicembre 2021 si sono tenute a Bellinzona le due giornate di formazione per i monitori della Fondazione Idéesport. La Fondazione si occupa di creare momenti di svago e di inclusione attraverso la promozione dello sport fra i bambini e i ragazzi. Ogni domenica diverse palestre in tutta la Svizzera vengono aperte e messe a disposizione dei giovani, che hanno così la possibilità di incontrarsi in un ambiente sicuro e sano, coadiuvati da animatori (coach) anche loro molto giovani.

Durante le due giornate abbiamo presentato il metodo ai giovani Coach, provando con loro l’esperienza di un Caffè narrativo, con l’obiettivo di proporlo durante gli incontri domenicali.

Siamo molto felici di avere avuto questa opportunità: l’inclusione delle fasce d’età più giovani è uno degli obiettivi principali che abbiamo in questo momento come Rete dei Caffè narrativi.

 

Collaborazione tra Centri diurni del luganese

Abbiamo avviato una sinergia tra centri diurni con l’obiettivo far conoscere agli utenti nuove persone e nuove realtà.

L’idea è che gli utenti dei centri diurni possano partecipare ai Caffè narrativi che si svolgono in altri centri. Ove possibile, i centri metteranno a disposizione un pulmino per consentire lo spostamento degli utenti fra un centro e l’altro.

Partecipano i seguenti centri diurni, che fanno capo a diverse istituzioni: Centro diurno di Lugano (ATTE); Centro diurno “La Sosta”Massagno; Centro diurno di Lamone (Pro Senectute);  Centro diurno Lugano GenerazionePiù (Anziani OCST); Centro diurno Casa Andreina (Unitas).

Autrice: Rhea Braunwalder
Foto: Anna-Tina Eberhard

Con la campagna natalizia, la Migros ha esortato a non lasciare nessuno da solo. Io volevo dare il mio contributo e proporre un caffè narrativo durante l’Avvento. Non vedevo l’ora di incontrare volti nuovi al tavolo. E invece mi sono ritrovata (praticamente) da sola. Perché? E cosa fanno i moderatori se l’adesione è scarsa o pari a zero?

In questo articolo desidero parlare di un argomento importante: la partecipazione al caffè narrativo. La mia lunga esperienza in veste di moderatrice di caffè narrativi mi insegna l’importanza di un dialogo aperto tra moderatori. Riflettere insieme consente a tutti noi di evolverci.

Lo scorso sabato ho organizzato un caffè narrativo. È venuta mia sorella e le altre sedie sono rimaste vuote. Ci siamo bevute un tè insieme e abbiamo ascoltato un po’ di musica. Ovviamente mi sono chiesta perché non è venuto nessuno e cosa è mancato per una maggiore adesione ai miei caffè narrativi.

Mi sono ritrovata da sola: perché?

Se organizzo un caffè narrativo a cui partecipano solo una o due persone, ci rimango male. La domanda che mi faccio è: l’ho comunicato troppo tardi? Sono io il problema? O dipende dal tempo, dal momento della giornata, dal giorno della settimana, dall’argomento, dalla pandemia? Cerco inevitabilmente una giustificazione. Mi sento come in dovere di rassicurare anche chi non c’entra niente: «È stato bello anche se eravamo solo in due: ci siamo scambiate tante esperienze!»

Anche se altri moderatori o gli stessi partecipanti mi assicurano di essersi goduti l’esperienza anche in un gruppo piccolo, continuo a farmi delle domande. Penso sia importante parlare più spesso e più apertamente dei caffè narrativi che non sono riusciti bene. Non dovremmo vederlo come un fallimento o una sconfitta. In fondo, soprattutto per quanto riguarda i caffè narrativi, non si tratta di un’attività per la quale si misura il rendimento, né di chi partecipa, né di chi modera.

La partecipazione inizia già in fase di organizzazione

Presumo che la ricetta per un caffè narrativo di successo sia la partecipazione. La Rete caffè narrativi Svizzera invita a rendere partecipativi i caffè narrativi. Partecipazione significa dire la propria, essere coinvolti nelle decisioni e aderire all’attività. La partecipazione non è consigliata solo durante lo svolgimento del caffè narrativo, ma già durante la fase organizzativa. Spesso, durante l’organizzazione, ci limitiamo a informare il pubblico senza coinvolgerlo. Siamo noi a scegliere argomento, luogo e ora. Poi comunichiamo i fatti. Forse non dovrebbe sorprendere così tanto se partecipano poche persone. Una persona che partecipa a un caffè narrativo deve avere tempo in quel momento, avere interesse per l’argomento, trovarsi in quel determinato luogo e aver letto le informazioni da qualche parte.

Se oltre a fornire ai potenziali partecipanti le informazioni necessarie gli chiedessimo anche cosa ne pensano e che esperienze hanno fatto, avremmo fatto un passo avanti verso un caffè narrativo più partecipativo. Per rendere davvero partecipativo un caffè narrativo, bisogna organizzarlo insieme agli interessati, ad esempio con un gruppo di pianificazione. Qui è il gruppo a decidere insieme giorno, ora e argomento. Così tutti sono felici di partecipare al «loro» caffè narrativo, che è diventato un progetto comune.

Un invito personale è decisivo

Sono sicura che il primo passo verso un caffè narrativo di successo sia un invito personale. Non dobbiamo dimenticarci che molte persone sono restie a provare cose nuove e ad aprirsi agli altri.

Mi interesserebbe vedere come si potrebbe formulare questo invito. Inviatemi un’e-mail con i vostri pensieri e commenti. Non vedo l’ora di leggere le vostre esperienze: rhea.braunwalder@netzwerk-erzaehlcafe.ch

Silvia Avalli, coordinatrice del centro diurno socio assistenziale ProSenectute di Faido, ha proposto il Caffè narrativo agli utenti, con l’intento di coinvolgere anche la popolazione locale. Ha moderato l’incontro Leonard Carisi, operatore del centro. Abbiamo chiesto a Silvia e Leonard di raccontarci com’è andata.

 

Testo: Valentina Pallucca
Foto: Immagine simbolica (Fotografo: Paul Grogan)

Come avete organizzato il Caffè narrativo?

Abbiamo chiesto la possibilità di aderire al progetto come Centro Diurno socio-assistenziale della Fondazione Pro Senectute Ticino e Moesano: il nostro target di riferimento sono persone over 65, il Caffè narrativo è stato ospitato da un’Osteria di Faido, paese sede del Centro, ed il moderatore è stato un Operatore socio-assistenziale attivo presso il nostro Centro.

Quale tema avete scelto?

Abbiamo scelto il tema del viaggio, e della condivisione dei relativi ricordi. Ci sembra che proprio in questo periodo in cui viaggiare non è semplice né sempre possibile, questo tema possa permettere alle persone di entrare momentaneamente in una dimensione di maggiore leggerezza, attingendo a quello che hanno vissuto in altri momenti della vita sia per riviverne magari sensazioni o emozioni sia per tenere acceso il desiderio di ritornare a visitare luoghi lontani o semplicemente ad organizzare delle gite, semplici ma rigeneranti.

Chi sono stati i partecipanti?

Il nostro obiettivo è stato offrire alla popolazione locale (over 65, ma nel caso specifico non era limitata la partecipazione solo a persone in questa fascia d’età) un’occasione di reciproco scambio, promossa dal Centro Diurno, ma svincolata dalla sua sede fisica – da qui la scelta di coinvolgere un locale del paese – con l’idea di avvicinare anche cittadini che non vogliono essere caratterizzati come “anziani” e quindi target di riferimento del nostro servizio. Il caffè narrativo ci è sembrata un’ottima opportunità in questo senso.

Qual è il bilancio di questa esperienza? 

Hanno partecipato 7 persone all’incontro, tutte hanno portato attivamente le loro esperienze condividendo i propri racconti di viaggio. Hanno inoltre chiesto di organizzare ancora dei Caffè narrativi nel prossimo futuro. Considerata l’esperienza positiva, la nostra idea è provare a programmare altri caffè narrativi, in modo che non resti un unico appuntamento, soprattutto in considerazione dei tempi “di attecchimento” che un contesto come quello di valle richiede.

Cosa pensate del metodo del Caffè narrativo? 

Crediamo sia una proposta leggera e sostenibile nella forma e nei contenuti affrontati, ma profonda rispetto all’attivazione che comporta, agli scambi che genera e al confronto che permette di attivare.

 

Caffè narrativo: il programma di promozione

Il Caffè narrativo di Faido ha ottenuto un incentivo di sostegno. Per maggiori informazioni su come candidare la vostra proposta, sul sito troverete tutte le info: programma di promozione 2021.

Care moderatrici, cari moderatori, care/i partecipanti ai caffè narrativi,

siamo convinti che di questi tempi la possibilità di avere uno scambio, raccontare e ascoltare, sia più che mai necessaria. E che nonostante le restrizioni e i cambiamenti nella vita sociale ci sia ancora spazio per la creatività e soluzioni alternative. Cogliamo dunque queste opportunità e affrontiamo insieme le sfide.

I nostri consigli:

  • nel limite del possibile, organizzate il caffè narrativo all’aperto.
  • Mantenete una distanza di sicurezza di 1,5 metri e indossate la mascherina.
  • Lavatevi regolarmente e accuratamente le mani con acqua e sapone, oppure utilizzate del disinfettante.
  • Prendete nota dei dati di contatto dei partecipanti (contact tracing) e conservateli.

Nello svolgimento dei caffè narrativi, raccomandiamo inoltre di attenersi alle direttive dell’UFSP e dei Cantoni.

Per sperimentare le forme di narrazione digitali, abbiamo allestito la Stanza delle storie, dove è possibile scrivere le proprie vicende di vita e leggere quelle altrui. Attendiamo con piacere le vostre storie! Promuoviamo inoltre lo scambio di idee tra moderatori e moderatrici e sul sito web diamo visibilità alle loro esperienze e agli esperimenti fatti. Contribuite a questo scambio, comunicandoci anche voi le vostre esperienze nella moderazione di un caffè narrativo ai tempi del coronavirus.

Grazie di cuore!

Team di progetto della Rete Caffè narrativi