Nel giugno 2022 la Rete caffè narrativi è stata ospite presso lo Schlossgarten Riggisberg. La moderatrice Nisha Andres racconta come con i suoi caffè narrativi sia in grado di far incontrare le persone residenti e la popolazione locale per un confronto informale.

Intervista: Anina Torrado Lara

Presso l’idilliaco Schlossgarten Riggisberg vivono circa 270 persone.

Che esperienza ha con i caffè narrativi?

Nisha Andres: Allo Schlossgarten Riggisberg abbiamo avuto le prime esperienze con i caffè narrativi già prima della pandemia. Per questo ci ha fatto particolarmente piacere ospitare tavola rotonda del 2 giugno 2022! Io stessa modero caffè narrativi e trovo che questa formula sia particolamente adatta a far incontrare le persone in modo informale e ad abbattere le barriere mentali.

Come riesce a farlo allo Schlossgarten?

La nostra competenza chiave è l’inclusione. Lo Schlossgarten si trova a breve distanza dal paese di Riggisberg e offre molte opportunità per stringere contatti: dal negozio Eggladen e il ristorante Brunne fino a eventi come il mercatino di Pasqua, il cinema all’aperto o la festa d’estate, sono molte le iniziative che proponiamo. Il nostro obiettivo è cercare di abbattere le barriere. Succede così che le allieve e gli allievi della scuola vengano spontaneamente al corso di nuoto, che alcuni bambini del paese frequentino il nostro asilo nido e che vendiamo nei mercati i prodotti che realizziamo. Qualche abitante del paese, purtroppo, continua a mostrare reticenza nell’entrare in contatto con persone che reputa essere diverse.

Come reagiscono le persone che risiedono allo Schlossgarten Riggisberg a queste barriere mentali?

Una delle nostre ospiti una volta ha detto: “Serve semplicemente una frase o un sorriso che rompa il ghiaccio per abbattere le barriere”. Lavoriamo ogni giorno per promuovere attivamente lo scambio. Questo funziona bene anche ai caffè narrativi, perché rappresentano occasioni per comunicare in modo gentile, rispettoso e aperto.

Che impressioni le ha lasciato la tavola rotonda?

È stata una giornata bellissima, in cui l’inclusione è stata vissuta in modo molto intenso. Hanno partecipato tantissime persone interessanti e abbiamo apprezzato gli interventi di Johanna Kohn e Gert Dressel. Erano presenti anche persone sordomute accompagnate da interpreti, persone in sedia a rotelle e residenti dello Schlossgarten con malattie psichiche. Uno dei residenti ha detto: “Non avrei mai pensato che si potesse dialogare in maniera così profonda con delle persone sordomute! Mi sono reso conto che esistono anche altre persone con disabilità diverse”.

Qual è il suo consiglio per i caffè narrativi?

Non avere paura di dire qualcosa di sbagliato! Anche a me a volte capita di sentirmi insicura. Vorrei incoraggiare le altre persone ad affrontare la propria insicurezza e a formulare pensieri schietti. Non serve riflettere troppo, basta semplicemente chiedere: “Sono un po’ in dubbio, come posso chiamarti?” oppure “Devo guardare l’interprete o la persona che sta parlando?”. Come moderatrice ho il compito di far notare l’elefante nella stanza. Allora a volte intervengo dicendo: “Mi sto sentendo un po’ a disagio, vale anche per voi?”.

Lo Schlossgarten Riggisberg ha ospitato la tavola rotonda della Rete caffè narrativi (foto: Rhea Braunwalder).

Schlossgarten Riggisberg

Presso lo Schlossgarten Riggisberg vivono circa 270 residenti con disabilità mentali e/o fisiche e lavorano circa 350 collaboratrici e collaboratori. Le persone residenti possono essere occupate in posti di lavoro protetti: nel laboratorio vengono preparate spedizioni, imballati materiali per elezioni e votazioni o fabbricati prodotti. Nel vivaio ci si prende cura del verde comune e si coltivano erbe aromatiche. Molto apprezzata è anche la possibilità di collaborare in cucina, nel ristorante o nella vetreria. La creatività può essere espressa negli atelier, nella manifattura e nell’integrazione lavorativa a bassa soglia.

L’intervistata in breve

Nisha Andres lavora allo Schlossgarten Riggisberg dal 2016. Quale responsabile del settore consulenza e integrazione è la referente per residenti, collaboratrici e collaboratori che si trovano in situazioni di difficoltà. Dopo essersi formata come commerciante al dettaglio, parallelamente all’attività professionale ha conseguito il titolo di pedagogista sociale. Dal 2022 è attiva in diverse istituzioni sociali. Ha molta esperienza nei rapporti con le persone con deficit cognitivi e malattie psichiche nonché pazienti che seguono terapie palliative.

L’idea di questo progetto è nata da Lorenza Campana, volontaria di due progetti del Percento culturale Migros – Caffè narrativi e TaM Tandem al museo. L’idea di Lorenza è stata di integrare i due progetti per realizzare un pomeriggio inclusivo. In quel periodo la Fondazione Lindenberg ospitava un’esposizione di sculture dell’artista ticinese Veronica Branca Masa, dal titolo “Frammento infinito”.

 

Articolo: Valentina Pallucca Forte e Lorenza Campana

 

  • COME AVETE ORGANIZZATO IL CAFFÈ NARRATIVO?

L’idea di Lorenza è stata la seguente: un pomeriggio durante il quale persone non vedenti/ipovedenti e persone vedenti potessero provare le stesse sensazioni attraverso un’esperienza di visita tattile al museo. Abbiamo avuto il privilegio di poter toccare le sculture e di avere con noi la presenza della scultrice, che ha apportato un contributo importante al pomeriggio fornendoci aneddoti e curiosità sulle sue opere. Per consentire a tutti i partecipanti di vivere la medesima esperienza, alle persone vedenti sono state fornite delle mascherine oscuranti da posizionare sugli occhi. Questa  esperienza tattile sarebbe stata accompagnata da un Caffè narrativo sul tema del contatto.

L’organizzazione dell’evento ha richiesto il lavoro congiunto di diversi attori – Caffè narrativi, TaM, centro diurno Casa Andreina, fondazione Lindenberg – Ne è risultato un pomeriggio spensierato ed arricchente per tutti, un’esperienza da ripetere in futuro.

  • QUALE TEMA AVETE SCELTO?

Il Caffè narrativo ha seguito la visita tattile all’esposizione di sculture. Il tema che abbiamo scelto è stato proprio “Con-tatto”, con un gioco di parole relativo al contatto con una superficie, ma anche “con il tatto”, dunque utilizzando il senso del tatto ma anche il muoversi ‘con tatto’ nel rispetto di tutti. L’idea era far sì che i partecipanti condividessero i propri racconti in relazione al contatto. Come è cambiato negli anni, e ancora in periodo di Covid? Quali strategie abbiamo messo in atto per mantenere comunque i contatti in tempo di pandemia? Qual è un contatto particolarmente significativo e che ha avuto un impatto nella nostra vita? Dato che la fase del Caffè narrativo si è svolta successivamente alla visita al museo, in effetti si è poi creata una situazione in cui i partecipanti hanno piuttosto condiviso le loro sensazioni ed emozioni in relazione alla visita appena vissuta. Con Lorenza abbiamo ritenuto giusto concedere il giusto spazio alla volontà di esternare questo tipo di racconti, anche perché – come ci è stato detto dai partecipanti – non capita spesso di poter vivere un’esperienza di questo tipo in un museo.

  • CHI SONO STATI I PARTECIPANTI?

Il nostro obiettivo era coinvolgere gli utenti del centro diurno casa Andreina – Unitas, vale a dire persone non vedenti o ipovedenti e persone vedenti, insieme. Possiamo dire di averlo raggiunto, infatti hanno partecipato 6 persone non vedenti/ipovedenti, e 6 persone vedenti.

  • QUALI BARRIERE SONO STATE PRESE IN CONSIDERAZIONE? QUALI ERANO LE SFIDE E COME SONO STATE AFFRONTATE?

Con Lorenza Campana abbiamo svolto un sopralluogo alla Fondazione Lindenberg per capire dove disporre le sedie per il Caffè narrativo. Abbiamo scelto un angolo in pianura, privo di scale, con le sedie già disposte a cerchio e pronte per accogliere i partecipanti.

  • C’è UN MOMENTO CHE RICORDATE CON PARTICOLARE PIACERE?

Durante il Caffè narrativo un partecipante non vedente dalla nascita ha raccontato in che modo percepisce i colori: ogni colore è associato ad una melodia (rosso – melodie allegre e movimentate, blu – melodie calme, e così via). È stato un momento particolare e interessante perché alcuni dei partecipanti vedenti non avevamo mai pensato a questo aspetto della vita di una persona non vedente.

  • QUAL È IL BILANCIO DI QUESTA ESPERIENZA?

Il bilancio è senza dubbio positivo. Il Caffè narrativo è stato leggermente diverso rispetto al modo in cui lo avevamo pianificato, rivelandosi comunque un ottimo strumento di coesione sociale e di condivisione. Abbiamo capito che una certa flessibilità è importante e che a volte è necessario cambiare in corsa il progetto iniziale. Sarà utile fare tesoro di questa esperienza: la prossima volta svolgeremo prima la fase del Caffè narrativo e solo dopo la visita al museo, in modo che questa non diventi eccessivamente predominante durante la  fase della narrazione.

L’integrazione con altri progetti di tipo sociale è certamente da ripetere.

  • COSA PENSATE DEL METODO DEL CAFFÈ NARRATIVO?

I Caffè narrativi sono un’ottima occasione per condividere pensieri e vissuti con persone che potrebbero essere inizialmente anche sconosciute tra loro.

L’intento è quello di creare coesione sociale, integrazione e comprensione reciproca, di far sentire tutti a proprio agio in modo che si possa percepire sia il calore umano degli altri partecipanti, ma anche come le vite – in fondo – abbiano spesso un punto d’incontro e degli intrecci in comune anche quando le particolarità di ognuno possano far pensare diversamente in un primo momento.

Caffè narrativo: il programma di promozione

Il Caffè narrativo “Con-tatto” ha ottenuto un incentivo di sostegno. Per maggiori informazioni su come candidare la vostra proposta, sul sito troverete tutte le info – Programma di promozione 2022.

Di un caffè narrativo si può dire che sia stato intenso, emozionante, toccante, leggero, allegro o triste. Ma si può affermare che sia stato un successo o, al contrario, un fallimento? Nel secondo caso, non si tratterebbe forse di mettere in dubbio la qualità dei racconti condivisi? Ma i racconti non si giudicano e non si valutano: non sono né buoni né cattivi, né giusti né sbagliati. Sono semplicemente racconti. No, le ragioni per le quali un caffè narrativo possa essere un’occasione “mancata” vanno ricercate altrove: nella preparazione, nella conoscenza preliminare, nell’accoglienza del pubblico e nel contesto.

 

Testo: Anne-Marie Nicole

A inizio dicembre 2021, il Museo Ariana di Ginevra ha organizzato un weekend di festa e partecipazione denominato “L’art pour tous, tous pour l’art” (“L’arte per tutti, tutti per l’arte”) e dedicato all’inclusione e alla diversità del pubblico, con una programmazione culturale che puntava a considerare le attività da una pluralità di prospettive. Nell’ambito di questo evento sono stati proposti due caffè narrativi. In passato presso il museo erano già stati organizzati altri caffè narrativi su iniziativa della mediatrice culturale Sabine. In occasione di questi incontri, il Museo Ariana ha voluto mettere a disposizione del pubblico i propri spazi per fargli sperimentare i benefici della conversazione empatica.

È stato scelto il tema “Piaceri e dispiaceri”, con l’intento di consentire alle persone partecipanti di parlare dei piccoli piaceri che sono il sale della vita e che, come la madeleine di Proust, rievocano gli odori e le emozioni dell’infanzia. E dato che l’obiettivo di questo weekend era stimolare le facoltà sensoriali dei diversi destinatari dell’iniziativa, il tema doveva anche spingere a parlare di ricordi ed esperienze sensoriali: il piacere e il dispiacere dei sensi, il gusto e il disgusto, i buoni e i cattivi odori, la vista e l’udito, che possono regalare grandi gioie ma che purtroppo mancano a determinate persone…

Il sabato, al termine del primo caffè narrativo, che ha visto la partecipazione di una dozzina di persone con e senza disabilità, noi animatrici e mediatrici eravamo insoddisfatte: ci sentivamo come se l’incontro fosse stato sconclusionato, incompiuto. Avevamo in testa ancora le tante emozioni dei caffè narrativi precedenti, durante i quali gli interventi si susseguivano in modo naturale e le storie degli uni facevano eco a quelle degli altri. Ma questa volta, nonostante l’arricchimento fornito da alcune testimonianze e la traduzione nella lingua dei segni che ha reso più dinamico il confronto, eravamo deluse. Cosa non aveva funzionato?

Abbiamo individuato delle ragioni riconducibili in parte alle condizioni esterne e in parte alla preparazione del caffè narrativo.

  • Il contesto. Le condizioni di accoglienza erano ancora influenzate dalle misure di protezione sanitaria contro la pandemia. Di conseguenza, l’ampia sala era stata abbondantemente arieggiata e la temperatura relativamente fresca spingeva a tenere addosso i cappotti. Le sedie, molto distanziate tra loro, formavano un grande cerchio che privava il gruppo di una certa intimità. L’obbligo di indossare la mascherina rendeva a volte poco comprensibili gli interventi. I rumori provenienti dagli altri ambienti del museo distraevano e disturbavano l’ascolto; lo stesso vale per l’andirivieni in sala dovuto ad alcune persone arrivate in ritardo, che tra l’altro non avevano potuto ascoltare le indicazioni iniziali sullo svolgimento del caffè narrativo. Infine, sempre per motivi legati alle misure sanitarie, abbiamo dovuto rinunciare alla parte del “caffè” informale – un momento fondamentale per allacciare dei legami.
  • La preparazione. A posteriori, devo ammettere che ho perso di vista la cornice in cui si svolgevano questi due caffè narrativi. Invece di valorizzare le esperienze sensoriali che le persone partecipanti avevano appena vissuto durante la giornata al museo e di collegare tutto questo a ricordi ed eventi del passato, ho trattato in modo troppo diffuso il tema “Piaceri e dispiaceri”. Questo spiega sicuramente la natura sconclusionata e talvolta incoerente dell’incontro, e probabilmente anche la frustrazione di quelle persone che non hanno potuto esprimersi sulle scoperte e le sensazioni della giornata.
  • Il gruppo. A tutto questo si aggiunge la questione della diversità del pubblico, costituito da persone con disabilità fisica o psichica, da loro familiari e accompagnatori/trici. Con il senno di poi, penso che io e le altre avremmo dovuto lavorare di più sulla dimensione inclusiva della formula del caffè narrativo, ad esempio affidando l’animazione a una persona disabile.

Per il secondo appuntamento abbiamo fatto qualche adeguamento, soprattutto di ordine logistico: ad esempio, abbiamo chiuso la porta della sala all’orario stabilito per l’inizio dell’incontro. Le considerazioni sulla preparazione dell’argomento e sull’accoglienza dei diversi tipi di pubblico sono arrivate successivamente, dopo un momento di confronto tra animatrici e mediatrici e di riflessione personale, come indica del resto la Guida pratica per l’organizzazione dei caffè narrativi.

Questa esperienza mi ha insegnato che ogni caffè narrativo è unico – con il suo ritmo, la sua dinamica e la sua atmosfera. In particolare, mi ha fatto capire quanto sia importante scegliere un luogo accogliente, conviviale e rassicurante, ma anche prepararsi adeguatamente: è essenziale prendersi tempo per riflettere sul tema scelto, innanzitutto in funzione di sé, ma anche del pubblico atteso. Così da poter poi far fluire al meglio la conversazione.

L’animatrice dei caffè narrativi Lilian Fankhauser ama le storie di vita vissuta. Con sei compagne di studi ha fondato l’Associazione per la promozione del racconto di storie di vita vissuta (Verein zur Förderung lebensgeschichtlichen Erzählens). Ci spiega come invogliare le persone timide ad aprirsi e perché condividere i ricordi rende felici.

 

Intervista: Anina Torrado Lara
Foto: archivio privato

Come sei arrivata al racconto di storie di vita vissuta?

Lilian Fankhauser: il Certificate of Advanced Studies (CAS) dell’Università di Friburgo “Storie e racconti di vita vissuta” mi ha messo su questa strada. Durante quel fantastico corso di studi ho imparato come mettere uno spazio narrativo a disposizione di altre persone e come incoraggiarle a condividere i loro ricordi. Insieme con sei compagne di studio abbiamo fondato l’Associazione per la promozione del racconto di storie di vita vissuta, per fare rete e continuare a confrontarci.

Come si incoraggiano le persone timide a condividere le loro esperienze?

Esistono delle tecniche di moderazione. Come nel giornalismo, è possibile formulare le domande in modo un po’ diverso dal solito. Ad esempio a una persona non chiedo in quali paesi ha viaggiato, ma come si è sentita la prima volta che è andata all’estero. Chi c’era con lei. Non si tratta di parlare dell’itinerario di un viaggio, bensì dei sentimenti, delle esperienze, del vissuto emotivo.

Un compito tutt’altro che facile nella nostra società efficientista.

Proprio così. Bisogna rompere gli schemi rodati del racconto. Molti sono abituati a parlare del curriculum della loro carriera. Raccontare storie di vita vissuta è però molto di più: si tratta di parlare delle emozioni e delle esperienze della nostra vita. Abbiamo bisogno di ricordare per mettere ordine nelle cose che sentiamo, vediamo o facciamo.

Quali sono le forme del racconto di vita vissuta?

Ci sono moltissime varianti, oltre al caffè narrativo. Una regista teatrale ha ad esempio messo in scena una pièce con la birreria Cardinal quando l’azienda è stata costretta a chiudere. I collaboratori e le collaboratrici hanno rappresentato i loro sentimenti, elaborando in tal modo il licenziamento. Christian Hanser ha trasformato un vecchio carrozzone in legno in uno scrigno dei ricordi pieno di giocattoli di legno della nostra infanzia. Chi lo desidera, può venire a giocare e ricordare il passato. Una cineasta lavora in una casa di riposo con persone affette da demenza. Il Playback-Theater Tumoristen di Berlino aiuta le persone malate di tumore a confrontarsi con i loro sentimenti. Tutti queste modalità di raccontare e ricordare fanno molto bene.

Che cosa muove nel profondo l’atto del raccontare?

Raccontare crea vicinanza e rispetto tra le persone. Ad esempio nel caffè narrativo: si trascorre del tempo con altre persone, si può fare ordine nei propri pensieri e apprezzare la linea narrativa che scaturisce dai singoli ricordi. Dopo un caffè narrativo, per un paio di giorni mi resta una piacevole sensazione di contentezza per aver avuto la fortuna di ascoltare storie così belle di persone che prima non conoscevo.

Ti capita anche di mettere nero su bianco le storie che ascolti?

Sì, ad esempio ho scritto la biografia di mia suocera. Entrambe ci siamo davvero godute il momento del racconto e dell’ascolto. Ne è uscito un libretto che le ho regalato. Il racconto orale rimane però il mio preferito poiché ha una certa leggerezza. Non bisogna sempre per forza mettere tutto per iscritto. Soprattutto le donne sono molto attratte dalla leggerezza del racconto.

A proposito: perché ai caffè narrativi vengono più donne che uomini?

Come moderatrice, me ne sono resa conto anch’io. Penso che le donne si sentano a loro agio in un ambiente dove non devono per forza dimostrare chi sono. Apprezzano il fatto che al caffè narrativo si va per stare insieme, per discutere di un tema e non per giudicare quale storia è la più interessante.

Quali sono gli obiettivi nella neocostituita Associazione per la promozione del racconto di storie di vita vissuta?

Noi socie fondatrici abbiamo constatato che il metodo del racconto di storie di vita vissuta è troppo poco conosciuto nella nostra società e che il valore dell’ascolto molto spesso è sottovalutato nella quotidianità. Vogliamo cambiare questa situazione, sostenendo il maggior numero possibile di progetti incentrati su questi racconti e dando loro visibilità. Organizziamo pertanto numerosi eventi, come ad esempio un incontro a tema il 19 marzo 2022 per l’elaborazione di una biografia in mediante la tecnica del dialogo: Storie di vita vissuta di “persone pubbliche”.

 

Ritratto

Lilian Fankhauser è responsabile del servizio per le pari opportunità dell’Università di Berna. Come attività accessoria collabora come moderatrice con la Rete caffè narrativi Svizzera e dirige workshop sulle basi teoriche e i metodi del racconto di vita vissuta.

Dopo aver assolto la formazione postuniversitaria “Storie e racconti di vita vissuta” all’Università di Friburgo, con altre cinque compagne di studi ha fondato l’Associazione per la promozione del racconto di storie di vita vissuta. Sul sito web dedicato pubblicano gli eventi, danno consigli e mettono in contatto i soci. Prestano consulenza e coaching ad altri enti e, su richiesta, documentano la vita di una persona.

 

L’effetto terapeutico dei caffè narrativi

Kerstin Rödiger, pastora presso l’Ospedale universitario di Basilea e animatrice di lunga data dei caffè narrativi, in un articolo racconta come usa il metodo del caffè narrativo in ospedale e i successi che in tal modo ottiene.

Johanna Kohn, professoressa specializzata in terza età, lavoro biografico e migrazione alla FHNW (Scuola universitaria professionale della Svizzera nordoccidentale), e Simone Girard-Groeber, ricercatrice nel settore della sordità alla FHNW, hanno lanciato un progetto particolare invitando persone udenti e non udenti a un caffè narrativo. Johanna Kohn racconta di questo incontro interculturale.

 

Intervista: Anina Torrado Lara

Come ha avuto l’idea di organizzare caffè narrativi in cui l’ascolto reciproco rappresenta una sfida?

Johanna Kohn: L’idea è stata di Simone Girard-Groeber. Voleva rendere possibile l’incontro interculturale tra udenti e non udenti e vedere come interagisse il gruppo durante la conversazione. Ci è stato possibile ascoltare e raccontare grazie a due interpreti della lingua dei segni. È stato impegnativo più o meno come quando a comunicare sono persone di diverse lingue madri e culture.

In che senso l’incontro tra udenti e non udenti è stato “interculturale”?

Gli incontri sono stati interculturali da molti punti di vista: in ogni cultura si condividono lingue comuni, determinati comportamenti, abitudini, regole, rituali e storie. In Svizzera udenti e non udenti vivono nello stesso contesto, ma hanno linguaggi, storie, forme di interazione ed esigenze diversi. Inoltre le persone non udenti sono di per sé “bi-culturali”: da un lato fanno parte della cultura delle/degli udenti, ma dall’altro utilizzano anche la lingua dei segni e si sentono appartenenti alla cultura delle/dei non udenti.

Che cosa caratterizza la cultura delle/dei non udenti in Svizzera?

Per capirlo basta dare uno sguardo alla storia delle persone non udenti in Svizzera: molte/i delle/dei non udenti di una certa età hanno dovuto lasciare presto la casa natale e crescere nei pochi convitti per non udenti della Svizzera. In quel contesto la lingua dei segni era spesso proibita e le/i non udenti venivano punite/i se la utilizzavano. Con grandi sforzi dovevano imparare ad articolare i suoni e a leggere il labiale. Spesso potevano comunicare tra loro nella lingua dei segni solo di nascosto. Tutto questo lascia il segno. Le persone udenti della Svizzera non hanno questo trascorso, hanno molte altre esperienze. Mentre per le/i non udenti, da minoranza, la vita bi-culturale è la quotidianità, per le/gli udenti del caffè narrativo essere una minoranza nella cultura delle/dei non udenti è stata piuttosto una novità.

Per le/i non udenti le pari opportunità oggi sono migliorate?

Si è già fatto qualche passo avanti. Per esempio vengono tradotte più informazioni nella lingua dei segni. Ma proprio nel campo dell’istruzione ci sono ancora disparità enormi. Questo si riflette anche nelle decisioni lavorative. Abbiamo affrontato questo tema al caffè narrativo. Molte/i non udenti dicono di dovere combattere una continua “lotta per la visibilità”. A partire già dalla scelta professionale: di primo acchito, moltissime attività appaiono “impossibili”.

Le persone udenti sono davvero impacciate nell’interagire con i non udenti?

Non direi “impacciate”, ma forse inizialmente “mute” e “straniere” in una cultura nuova. Forse c’è sì un contatto, ma molto superficiale. Discussioni approfondite sono possibili solo se le/gli udenti padroneggiano la lingua dei segni o se sono presenti interpreti. Anche il caffè narrativo l’ha dimostrato: è stata necessaria una buona preparazione per rendere lo scambio interculturale possibile per tutte/i e trasformarlo in un’esperienza di arricchimento reciproco.

Ci può dare qualche indicazione in anteprima sui risultati?

Non voglio anticipare molto per ora, ma i caffè narrativi hanno suscitato l’interesse di tutte le persone coinvolte a proseguire su questa strada. Hanno incoraggiato le/gli udenti ad accettare di non capire nulla all’inizio – ma poi di vivere un incontro che arricchisce molto. E hanno lasciato spazio alle/ai non udenti per rendere visibili “ad alta voce” le loro esperienze e il loro mondo. I risultati e la guida per lo svolgimento di “caffè narrativi inclusivi” con udenti e non udenti è disponibile qui online.

 

La serie di caffè narrativi con udenti e non udenti

La serie di caffè narrativi è stata organizzata a Zurigo nel 2020 dalla Rete caffè narrativi con la Federazione Svizzera dei Sordi, la Fondazione Max Bircher e l’Associazione Sichtbar Gehörlose (non udenti visibili). Oltre a Johanna Kohn e Simone Girard-Groeber erano presenti anche due interpreti nonché partecipanti e moderazione udenti e non udenti. Nel 2021 le conoscenze acquisite tramite i caffè narrativi e le interviste con le persone coinvolte sono confluite in un rapporto sulla comunicazione nei caffè narrativi interculturali e in una guida con consigli.

 

Care moderatrici, cari moderatori, care/i partecipanti ai caffè narrativi,

siamo convinti che di questi tempi la possibilità di avere uno scambio, raccontare e ascoltare, sia più che mai necessaria. E che nonostante le restrizioni e i cambiamenti nella vita sociale ci sia ancora spazio per la creatività e soluzioni alternative. Cogliamo dunque queste opportunità e affrontiamo insieme le sfide.

I nostri consigli:

  • nel limite del possibile, organizzate il caffè narrativo all’aperto.
  • Mantenete una distanza di sicurezza di 1,5 metri e indossate la mascherina.
  • Lavatevi regolarmente e accuratamente le mani con acqua e sapone, oppure utilizzate del disinfettante.
  • Prendete nota dei dati di contatto dei partecipanti (contact tracing) e conservateli.

Nello svolgimento dei caffè narrativi, raccomandiamo inoltre di attenersi alle direttive dell’UFSP e dei Cantoni.

Per sperimentare le forme di narrazione digitali, abbiamo allestito la Stanza delle storie, dove è possibile scrivere le proprie vicende di vita e leggere quelle altrui. Attendiamo con piacere le vostre storie! Promuoviamo inoltre lo scambio di idee tra moderatori e moderatrici e sul sito web diamo visibilità alle loro esperienze e agli esperimenti fatti. Contribuite a questo scambio, comunicandoci anche voi le vostre esperienze nella moderazione di un caffè narrativo ai tempi del coronavirus.

Grazie di cuore!

Team di progetto della Rete Caffè narrativi

Il fine settimana del 11/12/13 giugno 2021, la Rete caffè narrativi lancia le Giornate nazionali dei caffè narrativi. Scuole, sale multiuso, bar e spazi di co-working di tutta la Svizzera saranno animanti dalle voci e dalle risate di gruppi eterogenei di persone che si racconteranno reciprocamente alcuni aneddoti della loro vita. Sul tema di sicuro tutti avranno qualcosa da dire: «Vicende di vita».

Con questa iniziativa la Rete persegue obiettivi a lungo termine: aumentare la visibilità del metodo del caffè narrativo, far sperimentare la sua efficacia e rafforzare la coesione sociale.

Con le Giornate nazionali dei caffè narrativi intendiamo avviare un movimento e promuovere una società in cui:

  • le persone provenienti dagli ambienti più diversi dialogano e acquisiscono nuove prospettive;
  • le persone interessate hanno la possibilità, nel ruolo di moderatrici (con un po’ di esercizio e sostegno!), di mettere in relazione tra di loro le storie di vita dei partecipanti.

Desiderate aderire al team organizzativo e dare il vostro contributo alle Giornate? Cerchiamo persone per la moderazione dei caffè narrativi, nonché enti che mettano a disposizione uno spazio adeguato. Inviate una e-mail a rhea.braunwalder@netzwerk-erzaehlcafe.ch, parola chiave «Giornate dei caffè narrativi».